Cinque motivi per guardare Gypsy (tra i tanti motivi per non guardarlo)

Gypsy non è una delle migliori serie TV in circolazione, anzi. Ci sarebbero tante ragioni per non guardarla, a cominciare dal fatto che è diretta dalla regista di Cinquanta sfumature di grigio – con i clichés che ne conseguono. Ma non è nemmeno una delle peggiori. Ecco di seguito cinque validi motivi per cui darle una possibilità.

1. Naomi Watts
La protagonista indiscussa di questo telefilm, una delle attrici cinematografiche più brave in circolazione, non a caso icona di David Lynch in Mulholland Drive (e tornata sul piccolo schermo anche nella terza stagione di Twin Peaks). La maledizione che si è abbattuta su Naomi Watts è stata da un lato riconfermata in Gypsy, dall’altro completamente stravolta; da sempre relegata a ricoprire il ruolo di mogliettina depressa o fanciulla in preda all’isteria (21 grammi, Stay, King Kong, Il velo dipinto, Funny Games, J. Edgar, The Impossible Diana tra i tanti) in Gypsy la vediamo finalmente in una veste diversa, quella della manipolatrice psicopatica. Un salto di qualità che mette in luce le note doti attoriali di questa fantastica attrice, tanto brava quanto bella e sensuale, nonché l’unica ragione per la quale questa serie TV può avere senso di esistere. Anche se tutto il resto fa acqua, Naomi Watts è sufficiente a muovere lo sviluppo intero della vicenda, cucita proprio sulla sua maestria: buca letteralmente lo schermo ed è un piacere ammirarla in un ruolo in cui è finalmente centrale, centralissima. In tanti hanno detto sprecata in questa serie. 



2. Dolly, la figlioletta lesbica/il figlioletto transgender
Quello tra Jean e Dolly è un rapporto tra madre e figli* al passo coi tempi, che avevamo già potuto apprezzare in 3 Generations, in cui Naomi Watts riveste il ruolo della madre di Ray, ragazzo transgender FtM (famale to male). In Gypsy Naomi Watts è madre di un* ragazzin* di nove anni alla ricerca di se stess*. Jean e Michael, i suoi genitori, lasciano che Dolly si esprima come meglio crede, assecondando il suo desiderio di tagliarsi i capelli cortissimi, indossare bermuda al posto del canonico costume da bagno a due pezzi destinato alle bambine, vestirsi con abiti tradizionalmente maschili, interpretare il ruolo di Peter Pan nella recita scolastica, dare casti baci sulla bocca alle sue compagne di scuola. Jean è sempre in prima linea nel difendere Dolly e la sua identità, per esempio quando viene ripresa dal preside della scuola per il suo comportamento “eccessivamente maschile” o quando è oggetto di attacco e derisione da parte delle altre mamme piccolo borghesi in quanto deviante dal ruolo di genere che dovrebbe ricoprire.

3. La rappresentazione della tensione sessuale tra Jean e Sydney
Nonostante Sophie Cookson, l’attrice che interpreta Sydney, la giovane donna di cui Jean si invaghisce, non eccella per qualità interpretative e risulti spesso apparire come una hipster poser e capricciosa nel dipanarsi lento della vicenda, la tensione sessuale che si crea tra le due donne merita una menzione. Emblematica in questo senso la scena del loro primo ballo in discoteca, in cui i due corpi inevitabilmente si attraggono, si allontanano e si riprendono in un vortice di sensualità avvolgente. Anche gli sguardi – soprattutto quelli di Naomi Watts – lasciano trapelare una forte carica erotica molto credibile.



4. Un ruolo innovativo per la protagonista femminile
Innovativo perché Jean/Diane è un'anti-eroina a tutti gli effetti. Non si tratta infatti di un personaggio femminile convenzionale, ma di una protagonista attiva piena di ombre e segreti, con la quale solidarizziamo per poi distaccarcene con orrore. Jean è carismatica, manipolatrice, oscura, forse pericolosa, indipendente; tutte caratteristiche normalmente attribuite a personaggi maschili, raramente accorpate in un’unica protagonista femminile, che qui non è più la fanciulla da trarre in salvo, ma colei che ti mette in pericolo pur non rientrando nella stereotipata figura del villain.

5. Il circolo vizioso degli Stati Uniti degli anni Cinquanta
Jean è una moglie e madre suburbana piccolo borghese insoddisfatta della propria vita e che se ne costruisce una parallela, inserendosi nelle vite dei suoi pazienti, infrangendo così tutti i codici deontologici possibili e immaginabili. Il marito Michael non è da meno: altrettanto insoddisfatto e incostante, ha tradito la moglie in passato e ora combatte contro l’attrazione nei confronti della sua segretaria. Il cliché della ricca famiglia borghese rientra con prepotenza nella lista dei topoi contemporanei. La storia si ripete: romanzi sulla insoddisfacente vita consumista e convenzionale delle periferie americane (Revolutionary Road e tutti gli altri) si aggiornano agli anni 2000 e niente sembra – tristemente – essere cambiato. 





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